L'altro giorno, confrontandomi con un amico, si parlava del più e del meno e come non toccare la politica e la mia esperienza amministrativa. Nella sostanza, questo mio amico stuzzicava la mia reazione, di fronte al fatto che a volte ci troviamo a criticare gli altri, ma noi stessi non proponiamo alcuna soluzione ai mali delle amministrazioni e della politica. Il ragionamento non poteva che riguardare, in particolare, la nostra città. Tra qualche mese le elezioni comunali, un nuovo sindaco, in un clima di rassegnazione generale. Le persone disorientate, dai vari ragionamenti continuano a farsi le solite domande e sono pervase dai soliti dubbi: dipende dall'uomo al comando? Le persone oneste non sono adatte? Ci vuole l'uomo del passato? E' più utile un voto di protesta? Domande inutili, perché sulle nostre teste si gioca una partita che dipende da chi sarà capace di creare un progetto politico credibile. Così come sempre è stato. Ma torniamo alla discussione con questo mio amico ... Esorta: ma tu che pensi e parli così tanto, tu cosa faresti per risolvere i problemi di Caltagirone? Rispondo: le mie soluzioni sono tanto logiche quanto impopolari. Nella sostanza si discute di bilanci del passato remoto e passato recente, che non riescono mai a quadrare. Cosa si fa in una famiglia quando diminuiscono le entrate? Se c'è un buon padre di famiglia, dopo averle tentate tutte, non resta altro che tagliare le spese. Quando tagli la spesa scontenterai moglie e figli. Se la famiglia è unita va avanti, se non lo è si disgrega. Caltagirone, fino ad ora non è stata unità, la speranza e che possa esserlo in futuro. Questa è stata la mia prima risposta, ma incalzava: belle parole ma ancora non mi dici cosa faresti, tu che hai conosciuto meglio di tutti i conti del comune. Io: Il padre di famiglia, Per prima cosa, lotterei con tutte le mie forze per difendere i diritti dell'Ente nei confronti della Regione e dello Stato Centrale, unici responsabili della disfatta di tanti enti locali, che "tarati" su un certo tipo di spesa corrente, d'un tratto si sono visti tagliare i trasferimenti. Anche se devo riconoscere che tanti sindaci lo fanno ogni giorno trovando solo porte chiuse. In secondo luogo dovrei guardare a casa mia. Servizi gestiti all'esterno con contratti spesso intoccabili. Indebitamento non comprimibile con rate di mutuo che si debbono obbligatoriamente pagare. Funzioni e servizi essenziali obbligatori per legge che non si possono sospendere. Un bilancio che viaggia sui 33 milioni di spesa corrente a fronte di 33 milioni di entrate correnti PREVISTE ma con 25-26 milioni di entrate EFFETTIVE nell'esercizio finanziario pertinente. Mancano, scientificamente, almeno 7-8 milioni di liquidità, ogni anno, che se tutto va bene, potrai recuperare, solo in parte, negli anni successivi con la lotta all'evasione. Cosa si può tagliare per mettere in sicurezza i conti? Cosa si può fare per essere puntuali con i pagamenti di stipendi e fornitori? Cosa può assicurare una gestione finanziaria efficiente e l'erogazione di tutti i servizi alla città? Certamente non i fondi europei! Quelli servono per finanziare specifici progetti e quelle somme non si possono toccare per altri scopi, anche se qualcuno avventato, potrebbe pure pensare di mettere in atto queste follie come quella di toccare i fondi vincolati a specifica destinazione. Non parliamo, poi, di anticipazioni dalle banche, che poi non puoi più restituire: questo ha portato tanti comuni al dissesto finanziario. Certo una situazione difficile , molto difficile. Obiettivamente, a bocce ferme, si può agire solo su una leva, con due possibilità: o si diminuisce la spesa dei dipendenti in carico al comune oppure i dipendenti sono messi in grado di sostituire, in modo ottimale, tutti i servizi gestiti da ditte esterne. Mi risponde il mio amico: Claudio ma sei pazzo? Diminuire la spesa dei dipendenti comunali? Ma cosa significa ? Mettere in mobilità? Diminuire l'orario di lavoro? Rispondo: mi rendo conto che è difficile e francamente, impensabile. Tuttavia sto ragionando in modo realistico e concreto. Vero, concordo, non si può fare e non sarebbe giusto, quindi, l'altra strada è quella di ottimizzare il lavoro dei dipendenti comunali, ma per fare questo ci vuole la volontà di tutti, anzi, tutti si devono sentire a casa propria, tutti devono remare dalla stessa parte, tutti devono avere come fine quello di elevare il livello dei servizi, di pensare, ogni giorno a come fare entrare risorse al Comune, a partire dal dirigente fino ad arrivare all'ultimo (in ordine di età) dei dipendenti. Francamente durante la mia esperienza le cose non sempre sono andate così. Tanti remavano, ma non tutti dalla stessa parte e non perché non ci fosse qualcuno che indicasse la rotta, ma per motivi che ancora non riesco a spiegarmi. Tanti di buona volontà, sicuramente la maggior parte, ma si sa, un cancro all'inizio parte da una cellula, ma poche cellule alterate bastano per distruggere una persona. Penso che sia così anche per un ente pubblico. Il mio amico: Claudio ma tu sei stato un assessore, tu cosa hai fatto? Io ho fatto tutto il possibile in questa direzione, nel valorizzare i dipendenti e dare loro il giusto ruolo, anche se le mie deleghe erano limitate ad alcuni settori. Per me i dipendenti comunali sono la centralità dell'ente locale ed i padroni di casa ed ho sempre preteso che si comportassero di conseguenza, da padroni di casa. Claudio, conclude il mio amico, pensi troppo e mi sa che con queste idee non vai avanti... gli rispondo: la concretezza non è subito apprezzata .. ecco perché ci troviamo in questa situazione...... è vero, ci vuole tempo per capire... ma io so aspettare...
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lunedì 29 febbraio 2016
Dialogo tra amici....
L'altro giorno, confrontandomi con un amico, si parlava del più e del meno e come non toccare la politica e la mia esperienza amministrativa. Nella sostanza, questo mio amico stuzzicava la mia reazione, di fronte al fatto che a volte ci troviamo a criticare gli altri, ma noi stessi non proponiamo alcuna soluzione ai mali delle amministrazioni e della politica. Il ragionamento non poteva che riguardare, in particolare, la nostra città. Tra qualche mese le elezioni comunali, un nuovo sindaco, in un clima di rassegnazione generale. Le persone disorientate, dai vari ragionamenti continuano a farsi le solite domande e sono pervase dai soliti dubbi: dipende dall'uomo al comando? Le persone oneste non sono adatte? Ci vuole l'uomo del passato? E' più utile un voto di protesta? Domande inutili, perché sulle nostre teste si gioca una partita che dipende da chi sarà capace di creare un progetto politico credibile. Così come sempre è stato. Ma torniamo alla discussione con questo mio amico ... Esorta: ma tu che pensi e parli così tanto, tu cosa faresti per risolvere i problemi di Caltagirone? Rispondo: le mie soluzioni sono tanto logiche quanto impopolari. Nella sostanza si discute di bilanci del passato remoto e passato recente, che non riescono mai a quadrare. Cosa si fa in una famiglia quando diminuiscono le entrate? Se c'è un buon padre di famiglia, dopo averle tentate tutte, non resta altro che tagliare le spese. Quando tagli la spesa scontenterai moglie e figli. Se la famiglia è unita va avanti, se non lo è si disgrega. Caltagirone, fino ad ora non è stata unità, la speranza e che possa esserlo in futuro. Questa è stata la mia prima risposta, ma incalzava: belle parole ma ancora non mi dici cosa faresti, tu che hai conosciuto meglio di tutti i conti del comune. Io: Il padre di famiglia, Per prima cosa, lotterei con tutte le mie forze per difendere i diritti dell'Ente nei confronti della Regione e dello Stato Centrale, unici responsabili della disfatta di tanti enti locali, che "tarati" su un certo tipo di spesa corrente, d'un tratto si sono visti tagliare i trasferimenti. Anche se devo riconoscere che tanti sindaci lo fanno ogni giorno trovando solo porte chiuse. In secondo luogo dovrei guardare a casa mia. Servizi gestiti all'esterno con contratti spesso intoccabili. Indebitamento non comprimibile con rate di mutuo che si debbono obbligatoriamente pagare. Funzioni e servizi essenziali obbligatori per legge che non si possono sospendere. Un bilancio che viaggia sui 33 milioni di spesa corrente a fronte di 33 milioni di entrate correnti PREVISTE ma con 25-26 milioni di entrate EFFETTIVE nell'esercizio finanziario pertinente. Mancano, scientificamente, almeno 7-8 milioni di liquidità, ogni anno, che se tutto va bene, potrai recuperare, solo in parte, negli anni successivi con la lotta all'evasione. Cosa si può tagliare per mettere in sicurezza i conti? Cosa si può fare per essere puntuali con i pagamenti di stipendi e fornitori? Cosa può assicurare una gestione finanziaria efficiente e l'erogazione di tutti i servizi alla città? Certamente non i fondi europei! Quelli servono per finanziare specifici progetti e quelle somme non si possono toccare per altri scopi, anche se qualcuno avventato, potrebbe pure pensare di mettere in atto queste follie come quella di toccare i fondi vincolati a specifica destinazione. Non parliamo, poi, di anticipazioni dalle banche, che poi non puoi più restituire: questo ha portato tanti comuni al dissesto finanziario. Certo una situazione difficile , molto difficile. Obiettivamente, a bocce ferme, si può agire solo su una leva, con due possibilità: o si diminuisce la spesa dei dipendenti in carico al comune oppure i dipendenti sono messi in grado di sostituire, in modo ottimale, tutti i servizi gestiti da ditte esterne. Mi risponde il mio amico: Claudio ma sei pazzo? Diminuire la spesa dei dipendenti comunali? Ma cosa significa ? Mettere in mobilità? Diminuire l'orario di lavoro? Rispondo: mi rendo conto che è difficile e francamente, impensabile. Tuttavia sto ragionando in modo realistico e concreto. Vero, concordo, non si può fare e non sarebbe giusto, quindi, l'altra strada è quella di ottimizzare il lavoro dei dipendenti comunali, ma per fare questo ci vuole la volontà di tutti, anzi, tutti si devono sentire a casa propria, tutti devono remare dalla stessa parte, tutti devono avere come fine quello di elevare il livello dei servizi, di pensare, ogni giorno a come fare entrare risorse al Comune, a partire dal dirigente fino ad arrivare all'ultimo (in ordine di età) dei dipendenti. Francamente durante la mia esperienza le cose non sempre sono andate così. Tanti remavano, ma non tutti dalla stessa parte e non perché non ci fosse qualcuno che indicasse la rotta, ma per motivi che ancora non riesco a spiegarmi. Tanti di buona volontà, sicuramente la maggior parte, ma si sa, un cancro all'inizio parte da una cellula, ma poche cellule alterate bastano per distruggere una persona. Penso che sia così anche per un ente pubblico. Il mio amico: Claudio ma tu sei stato un assessore, tu cosa hai fatto? Io ho fatto tutto il possibile in questa direzione, nel valorizzare i dipendenti e dare loro il giusto ruolo, anche se le mie deleghe erano limitate ad alcuni settori. Per me i dipendenti comunali sono la centralità dell'ente locale ed i padroni di casa ed ho sempre preteso che si comportassero di conseguenza, da padroni di casa. Claudio, conclude il mio amico, pensi troppo e mi sa che con queste idee non vai avanti... gli rispondo: la concretezza non è subito apprezzata .. ecco perché ci troviamo in questa situazione...... è vero, ci vuole tempo per capire... ma io so aspettare...domenica 31 gennaio 2016
Uno spassionato consiglio alla politica locale.....
Avendo avuto esperienza diretta vorrei dare un consiglio a chi si vuole candidare, anche a sindaco della città. Ci sarà un motivo perché si è dichiarato il dissesto e ci sarà un motivo se nei tre anni di amministrazione Bonanno i bilanci non sono stati approvati nonostante la riduzione di spesa messa in atto sino a diventare impopolari e indigesti a qualcuno. Pare che le entrate non coprano "agevolmente" le spese normali, quelle necessarie, obbligatorie per Legge, figuriamoci il superfluo. Quindi i programmi elettorali dovrebbero tendere non tanto a raccontare favole e favolette, perché la città economicamente si risolleva solo se gira buona economia e non per merito dei politici! (leggasi insediamento nuove imprese, funzionamento della zona industriale ed artigianale, riavvio dell'edilizia privata...) mentre il comune è gestito bene se i politici fanno il loro naturale lavoro che è quello di mettere in atto tutte quelle buone prassi tali da garantire gli equilibri finanziari che poi consentono la spesa per stipendi e servizi indispensabili alla comunità. A qualche mese dalle elezioni comunali, non una parola su come si vogliono raggiungere questi equilibri. Quali spese si taglieranno? Quali entrate in più per l'ente? Come agire? Poi per carità possiamo parlare anche di solidarietà, di un nuovo cammino, di sussidiarietà, di politica. Ma se i cittadini devono poter scegliere gli amministratori, innanzi tutto, devono sapere come essi voglio intervenire in modo concreto e non come saranno spartiti assessorati e come saranno promessi posti di lavoro..... Vedete potrete pure continuare a pensare, ottusamente, che tutto dipendesse da Bonanno, magari facendo finta di non vedere i problemi degli enti locali e del nostro in particolare, ma dimenticate che nelle condizioni date, la nuova classe politica si troverà nella stessa e medesima situazione ed anche peggio se non acquisisce la consapevolezza del proprio ruolo. Il Consiglio è quello di dire con chiarezza cosa si può e si deve fare, lasciando stare il passato che ha visto tanti sbagliare, altri tradire, alcuni sacrificarsi senza alcun riconoscimento, per lasciare alla storia un momento di disgregazione nella comunità locale e per tali cause il mancato raggiungimento del bene comune.....
sabato 9 gennaio 2016
Italia, potenza scomoda: dovevamo morire, ecco come
Il primo colpo storico contro l’Italia lo mette a segno Carlo Azeglio Ciampi, futuro presidente della Repubblica, incalzato dall’allora ministro Beniamino Andreatta, maestro di Enrico Letta e “nonno” della Grande Privatizzazione che ha smantellato l’industria statale italiana, temutissima da Germania e Francia. E’ il 1981: Andreatta propone di sganciare la Banca d’Italia dal Tesoro, e Ciampi esegue. Obiettivo: impedire alla banca centrale di continuare a finanziare lo Stato, come fanno le altre banche centrali sovrane del mondo, a cominciare da quella inglese. Il secondo colpo, quello del ko, arriva otto anno dopo, quando crolla il Muro di Berlino. La Germania si gioca la riunificazione, a spese della sopravvivenza dell’Italia come potenza industriale: ricattati dai francesi, per riconquistare l’Est i tedeschi accettano di rinunciare al marco e aderire all’euro, a patto che il nuovo assetto europeo elimini dalla scena il loro concorrente più pericoloso: noi. A Roma non mancano complici: pur di togliere il potere sovrano dalle mani della “casta” corrotta della Prima Repubblica, c’è chi è pronto a sacrificare l’Italia all’Europa “tedesca”, naturalmente all’insaputa degli italiani.
E’ la drammatica ricostruzione che Nino Galloni, già docente universitario, manager pubblico e alto dirigente di Stato, fornisce a Claudio Messora per il
blog “Byoblu”. All’epoca, nel fatidico 1989, Galloni era consulente del governo su invito dell’eterno Giulio Andreotti, il primo statista europeo che ebbe la prontezza di affermare di temere la riunificazione tedesca. Non era “provincialismo storico”: Andreotti era al corrente del piano contro l’Italia e tentò di opporvisi, fin che potè. Poi a Roma arrivò una telefonata del cancelliere Helmut Kohl, che si lamentò col ministro Guido Carli: qualcuno “remava contro” il piano franco-tedesco. Galloni si era appena scontrato con Mario Monti alla Bocconi e il suo gruppo aveva ricevuto pressioni da Bankitalia, dalla Fondazione Agnelli e da Confindustria. La telefonata di Kohl fu decisiva per indurre il governo a metterlo fuori gioco. «Ottenni dal ministro la verità», racconta l’ex super-consulente, ridottosi a comunicare con l’aiuto di pezzi di carta perché il ministro «temeva ci fossero dei microfoni». Sul “pizzino”, scrisse la domanda decisiva: “Ci sono state pressioni anche dalla Germania sul ministro Carli perché io smetta di fare quello che stiamo facendo?”.
Eccome: «Lui mi fece di sì con la testa».
Questa, riassume Galloni, è l’origine della “inspiegabile” tragedia nazionale nella quale stiamo sprofondando. I super-poteri egemonici, prima atlantici e poi europei, hanno sempre temuto l’Italia. Lo dimostrano due episodi chiave. Il primo è l’omicidio di Enrico Mattei, stratega del boom industriale italiano grazie alla leva energetica propiziata dalla sua politica filo-araba, in competizione con le “Sette Sorelle”. E il secondo è l’eliminazione di Aldo Moro, l’uomo del compromesso storico col Pci di Berlinguer assassinato dalle “seconde Br”: non più l’organizzazione eversiva fondata da Renato Curcio ma le Br di Mario Moretti, «fortemente collegate con i servizi, con deviazioni dei servizi, con i servizi americani e israeliani». Il leader della Dc era nel mirino di killer molto più potenti dei neo-brigatisti: «Kissinger gliel’aveva giurata, aveva minacciato Moro di morte poco tempo prima». Tragico preambolo, la strana uccisione di Pier Paolo Pasolini, che nel romanzo “Petrolio” aveva denunciato i mandanti dell’omicidio Mattei, a lungo presentato come incidente aereo. Recenti inchieste collegano alla morte del fondatore dell’Eni quella del giornalista siciliano Mauro De Mauro. Probabilmente, De Mauro aveva scoperto una pista “francese”: agenti dell’ex Oas inquadrati dalla Cia nell’organizzazione terroristica “Stay Behind” (in Italia, “Gladio”) avrebbero sabotato l’aereo di Mattei con l’aiuto di manovalanza mafiosa. Poi, su tutto, a congelare la democrazia italiana
avrebbe provveduto la strategia della tensione, quella delle stragi nelle piazze.
Alla fine degli anni ‘80, la vera partita dietro le quinte è la liquidazione definitiva dell’Italia come competitor strategico: Ciampi, Andreatta e De Mita, secondo Galloni, lavorano per cedere la sovranità nazionale pur di sottrarre potere alla classe politica più corrotta d’Europa. Col divorzio tra Bankitalia e Tesoro, per la prima volta il paese è in crisi finanziaria: prima, infatti, era la Banca d’Italia a fare da “prestatrice di ultima istanza” comprando titoli di Stato e, di fatto, emettendo moneta destinata all’investimento pubblico. Chiuso il rubinetto della lira, la situazione precipita: con l’impennarsi degli interessi (da pagare a quel punto ai nuovi “investitori” privati) il debito pubblico esploderà fino a superare il Pil. Non è un “problema”, ma esattamente l’obiettivo voluto: mettere in crisi lo Stato, disabilitando la sua funzione strategica di spesa pubblica a costo zero per i cittadini, a favore dell’industria e dell’occupazione. Degli investimenti pubblici da colpire, «la componente più importante era sicuramente quella riguardante le partecipazioni statali, l’energia e i trasporti, dove l’Italia stava primeggiando a livello mondiale».
Al piano anti-italiano partecipa anche la grande industria privata, a partire dalla Fiat, che di colpo smette di investire nella produzione e preferisce comprare titoli di Stato: da quando la Banca d’Italia non li acquista più, i tassi sono saliti e lafinanza pubblica si trasforma in un ghiottissimo business privato. L’industria passa in secondo piano e – da lì in poi – dovrà costare il meno possibile. «In quegli anni la Confindustria era solo presa dall’idea di introdurre forme di flessibilizzazione sempre più forti, che poi avrebbero prodotto la precarizzazione». Aumentare i profitti: «Una visione poco profonda di quello che è lo sviluppo industriale». Risultato: «Perdita di valore delle imprese, perché le imprese acquistano valore se hanno prospettive di profitto». Dati che parlano da soli. E spiegano tutto: «Negli anni ’80 – racconta Galloni – feci una ricerca che dimostrava che i 50 gruppi più importanti pubblici e i 50 gruppi più importanti privati facevano la stessa politica, cioè investivano la metà dei loro profitti non in attività produttive ma nell’acquisto di titoli di Stato, per la semplice ragione che i titoli di Stato italiani rendevano tantissimo e quindi si guadagnava di più
facendo investimenti finanziari invece che facendo investimenti produttivi. Questo è stato l’inizio della nostra deindustrializzazione».
Alla caduta del Muro, il potenziale italiano è già duramente compromesso dal sabotaggio dellafinanza pubblica, ma non tutto è perduto: il nostro paese – “promosso” nel club del G7 – era ancora in una posizione di dominio nel panorama manifatturiero internazionale. Eravamo ancora «qualcosa di grosso dal punto di vista industriale e manifatturiero», ricorda Galloni: «Bastavano alcuni interventi, bisognava riprendere degli investimenti pubblici». E invece, si corre nella direzione opposta: con le grandi privatizzazioni strategiche, negli anni ’90 «quasi scompare la nostra industria a partecipazione statale», il “motore” di sviluppo tanto temuto da tedeschi e francesi. Deindustrializzazione: «Significa che non si fanno più politiche industriali». Galloni cita Pierluigi Bersani: quando era ministro dell’industria «teorizzò che le strategie industriali non servivano». Si avvicinava la fine dell’Iri, gestita da Prodi in collaborazione col solito Andreatta e Giuliano Amato. Lo smembramento di un colosso mondiale: Finsider-Ilva, Finmeccanica, Fincantieri, Italstat, Stet e Telecom, Alfa Romeo, Alitalia, Sme (alimentare), nonché la Banca
Commerciale Italiana, il Banco di Roma, il Credito Italiano.
Le banche, altro passaggio decisivo: con la fine del “Glass-Steagall Act” nasce la “banca universale”, cioè si consente alle banche di occuparsi di meno del credito all’economiareale, e le si autorizza a concentrarsi sulle attività finanziarie peculative. Denaro ricavato da denaro, con scommesse a rischio sulla perdita. E’ il preludio al disastro planetario di oggi. In confronto, dice Galloni, i debiti pubblici sono bruscolini: nel caso delle perdite delle banche stiamo parlando di tre-quattromila trilioni. Un trilione sono mille miliardi: «Grandezze stratosferiche», pari a 6 volte il Pil mondiale. «Sono cose spaventose». La frana è cominciata nel 2001, con il crollo della new-economy digitale e la fuga dellafinanza che l’aveva sostenuta, puntando sul boom dell’e-commerce. Per sostenere gli investitori, le banche allora si tuffano nel mercato-truffa dei derivati: raccolgono denaro per garantire i rendimenti, ma senza copertura per gli ultimi sottoscrittori della “catena di Sant’Antonio”, tenuti buoni con la storiella della “fiducia” nell’imminente “ripresa”, sempre data per certa, ogni tre mesi, da «centri studi, economisti, osservatori, studiosi e ricercatori, tutti sui loro libri paga».
Quindi, aggiunge Galloni, siamo andati avanti per anni con queste operazioni di derivazione e con l’emissione di altri titoli tossici. Finché nel 2007 si è scoperto che il sistema bancario era saltato: nessuna banca prestava liquidità all’altra, sapendo che l’altra faceva le stesse cose, cioè speculazioni in perdita. Per la prima volta, spiega Galloni, la massa dei valori persi dalle banche sui mercati finanziari superava la somma che l’economia reale – famiglie e imprese, più la stessa mafia – riusciva ad immettere nel sistema bancario. «Di qui la crisi di liquidità, che deriva da questo: le perdite superavano i depositi e i conti correnti». Come sappiamo, la falla è stata provvisoriamente tamponata dalla Fed, che dal 2008 al 2011 ha trasferito nelle banche – americane ed europee – qualcosa come 17.000 miliardi di
dollari, cioè «più del Pil americano e più di tutto il debito pubblico americano».
Va nella stessa direzione – liquidità per le sole banche, non per gli Stati – il “quantitative easing” della Bce di Draghi, che ovviamente non risolve la crisi economica perché «chi è ai vertici dellebanche, e lo abbiamo visto anche al Monte dei Paschi, guadagna sulle perdite». Il profitto non deriva dalle performance economiche, come sarebbe logico, ma dal numero delle operazioni finanziarie speculative: «Questa gente si porta a casa i 50, i 60 milioni di dollari e di euro, scompare nei paradisi fiscali e poi le banche possono andare a ramengo». Non falliscono solo perché poi le banche centrali, controllate dalle stesse banche-canaglia, le riforniscono di nuova liquidità. A monte: a soffrire è l’intero sistema-Italia, da quando – nel lontano 1981 – la finanzia pubblica è stata “disabilitata” col divorzio tra Tesoro e Bankitalia. Un percorso suicida, completato in modo disastroso dalla tragedia finale dell’ingresso nell’Eurozona, che toglie allo Stato la moneta ma anche il potere sovrano della spesa pubblica, attraverso dispositivi come il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio.
Per l’Europa “lacrime e sangue”, il risanamento dei conti pubblici viene prima dello sviluppo. «Questa strada si sa che è impossibile, perché tu non puoi fare il pareggio di bilancio o perseguire obiettivi ancora più ambiziosi se non c’è la ripresa». E in piena recessione, ridurre la spesa pubblica significa solo arrivare alla depressione irreversibile. Vie d’uscita? Archiviare subito gli specialisti del disastro – da Angela Merkel a Mario Monti – ribaltando la politica europea: bisogna tornare alla sovranità monetaria, dice Galloni, e cancellare il debito pubblico come problema. Basta puntare sulla ricchezza nazionale, che vale 10 volte il Pil. Non è vero che non riusciremmo a ripagarlo, il debito. Il problema è che il debito, semplicemente, non va ripagato: «L’importante è ridurre i tassi di interesse», che devono essere «più bassi dei tassi di crescita». A quel punto, il debito non è più un problema: «Questo è il modo sano di affrontare il tema del debito pubblico». A meno che, ovviamente, non si proceda come in
Grecia, dove «per 300 miseri miliardi di euro» se ne sono persi 3.000 nelle Borse europee, gettando sul lastrico il popolo greco.
Domanda: «Questa gente si rende conto che agisce non solo contro la Grecia ma anche contro gli altri popoli e paesi europei? Chi comanda effettivamente in questa Europa se ne rende conto?». Oppure, conclude Galloni, vogliono davvero «raggiungere una sorta di asservimento dei popoli, di perdita ulteriore di sovranità degli Stati» per obiettivi inconfessabili, come avvenuto in Italia: privatizzazioni a prezzi stracciati, depredazione del patrimonio nazionale, conquista di guadagni senza lavoro. Un piano criminale: il grande complotto dell’élite mondiale. «Bilderberg, Britannia, il Gruppo dei 30, dei 10, gli “Illuminati di Baviera”: sono tutte cose vere», ammette l’ex consulente di Andreotti. «Gente che si riunisce, come certi club massonici, e decide delle cose». Ma il problema vero è che «non trovano resistenza da parte degli Stati». L’obiettivo è sempre lo stesso: «Togliere di mezzo gli Stati nazionali allo scopo di poter aumentare il potere di tutto ciò che è sovranazionale, multinazionale e internazionale». Gli Stati sono stati indeboliti e poi addirittura infiltrati, con la penetrazione nei governi da parte dei super-lobbysti, dal Bilderberg agli “Illuminati”. «Negli Usa c’era la “Confraternita dei Teschi”, di cui facevano parte i Bush, padre e figlio, che sono diventati presidenti degli Stati Uniti: è chiaro che, dopo, questa gente risponde a questi gruppi che li hanno agevolati nella loro ascesa».
Non abbiamo amici. L’America avrebbe inutilmente cercato nell’Italia una sponda forte dopo la caduta del Muro, prima di dare via libera (con Clinton) allo strapotere di Wall Street. Dall’omicidio di Kennedy, secondo Galloni, gli Usa «sono sempre più risultati preda dei britannici», che hanno interesse «ad aumentare i conflitti, il disordine», mentre la componente “ambientalista”, più vicina alla Corona, punta «a una riduzione drastica della popolazione del pianeta» e quindi ostacola lo sviluppo, di cui l’Italia è stata una straordinaria protagonista. L’odiata Germania? Non diventerà mai leader, aggiunge Galloni, se non accetterà di importare più di quanto esporta. Unico futuro possibile: la Cina, ora che Pechino ha ribaltato il suo orizzonte, preferendo il mercato interno a quello dell’export. L’Italia potrebbe cedere ai cinesi interi settori della propria manifattura, puntando ad affermare il made in Italy d’eccellenza in quel mercato, 60 volte più grande. Armi strategiche potenziali: il settore della green economy e quello
della trasformazione dei rifiuti, grazie a brevetti di peso mondiale come quelli detenuti da Ansaldo e Italgas.
Prima, però, bisogna mandare casa i sicari dell’Italia – da Monti alla Merkel – e rivoluzionare l’Europa, tornando alla necessaria sovranità monetaria. Senza dimenticare che le controriforme suicide di stampo neoliberista che hanno azzoppato il paese sono state subite in silenzio anche dalle organizzazioni sindacali. Meno moneta circolante e salari più bassi per contenere l’inflazione? Falso: gli Usa hanno appena creato trilioni di dollari dal nulla, senza generare spinte inflattive. Eppure, anche i sindacati sono stati attratti «in un’area di consenso per quelle riforme sbagliate che si sono fatte a partire dal 1981». Passo fondamentale, da attuare subito: una riforma della finanza, pubblica e privata, che torni a sostenere l’economia. Stop al dominio antidemocratico di Bruxelles, funzionale solo alle multinazionali globalizzate. Attenzione: la scelta della Cina di puntare sul mercato interno può essere l’inizio della fine della globalizzazione, che è «il sistema che premia il produttore peggiore, quello che paga di meno il lavoro, quello che fa lavorare i bambini, quello che non rispetta l’ambiente né la salute». E naturalmente, prima di tutto serve il ritorno in campo, immediato, della vittima numero uno: lo Stato democratico sovrano. Imperativo categorico: sovranità finanziaria per sostenere la spesa pubblica, senza la quale il paese muore. «A me interessa che ci siano spese in disavanzo – insiste Galloni – perché se c’è crisi, se c’è disoccupazione, puntare al pareggio di bilancio è un crimine».
FONTE
mercoledì 23 dicembre 2015
AVEVAMO RAGIONE! LE NOSTRE AZIONI EFFICACI!
PER L'ENNESIMA VOLTA il commissario straordinario del Comune di Caltagirone, nel consueto comunicato augurale di fine anno, conferma che gli squilibri di bilancio al Comune riguardano l'annualità 2012. Testualmente parla di "avanzi riguardanti il 2013,2014 e 2015" (leggi comunicato link allegato). Non sono io che lo dico e neanche Bonanno è il Commissario che lo dice. Le annualità 2013, 2014 e 2015 sono in equilibrio, al contrario delle NOTIZIE FALSE E TENDENZIOSE diffuse da alcuni. Per me è una soddisfazione, si vive anche di questo, sono orgoglioso del mio assessorato, iniziato solo a metà dell'anno 2014, per l'attenzione agli equilibri da parte del Ragioniere Generale Pino Erba - subentrato anche lui agli inizi del 2014 (fosse accaduto prima!). L'esercizio 2012 è a cavallo tra due amministrazioni e competeva agli uffici nel 2012, garantire la salvaguardia degli equilibri così come dispone la Legge. Il 2012 è stato appesantito anche da impegni di spesa su base triennale e riguardanti esercizi precedenti. Durante l'amministrazione Bonanno si è fatto tutto il possibile a volte l'impossibile e si tendeva ai miracoli, con le poche risorse economiche disponibili. Evocare in continuazione la parola "DISSESTO" è bastato per creare un caso, senza mai dire che il dissesto riguarda gli anni 2011 e precedenti. Senza mai dire che tanti di noi, io il primo, assieme all'ex-Sindaco, abbiamo fatto di tutto per trovare altre soluzioni. Se non si delibera la dichiarazione di dissesto si rischia personalmente, e penalmente. La dichiarazione viene accertata dal Consiglio Comunale non dal sindaco. I consiglieri non sono sprovveduti, sanno cosa hanno fatto e perché hanno dovuto farlo. Non si possono alterare le scritture artificiosamente per non dichiarare il dissesto e, sono stati i dirigenti pro tempore (non quello attuale) e i revisori dei conti (non quelli attuali) ad accertare la situazione di "dissesto finanziario" e "non di dissesto della città" così come usa dire chi non la ama e vuole il suo male. Gli squilibri anno 2012 si potevano recuperare, ma troppi consiglieri comunali hanno preferito non collaborare, hanno preferito la retorica, la demagogia, l'interesse elettorale di parte e di partito.
Quante bugie e quanta gente che ancora oggi non capisce o fa finta di non capire:
IL SINDACO E' STATO SFIDUCIATO PER MOTIVI ELETTORALI
perché ad aprile prossimo ci sono nuove elezioni che danno speranza a qualcuno che è in cerca di poltrone fini a se stesse. Purtroppo Bonanno era avaro ed attento nella distribuzione delle stesse.... e non guardava in faccia nessuno ma solo agli interessi dell'Ente amministrato. A Caltagirone c'è stata la sfiducia al Sindaco e potrà accadere di nuovo tra qualche anno, se tutti non si acquietano nel comprendere che sono finiti i tempi degli interessi di parte di partito e perfino personali. Ammetto che le difficoltà ci sono state e tutti siamo umani e si possono commettere errori, ma gli avanzi di bilancio sembrano esserci e si sarebbe recuperato il deficit finanziario dell'esercizio 2012 se invece di una guerra folle tra parti politiche contrapposte, ci fosse stata la normale dialettica ed un minimo di amore per la città.......
riferimenti
martedì 31 dicembre 2013
Ancora sulle province
La storia delle province è un pochino più complessa di quanto lei la vuole fare apparire. La prima questione è che le Province sono incardinate nella Costituzione. Costituzionalisti in uno studio recente dell’Università Bocconi di Milano hanno stabilito che con l’abolizione delle Province non esistono assolutamente risparmi anzi ci sarebbe la lievitazione dei costi.
Poi, in Sicilia con la nascita di questi fantomatici Consorzi, non si farebbe altro che rischiare di passare da 9 Province a 32/35 liberi consorzi, che, di fatto, non farebbero altro che far lievitare i costi per la numerosa presenza di Consiglieri comunali “NOMINATI” non ELETTI che si recherebbero nella sede del proprio consorzio con le indennità chilometriche da erogare. Nominati dalle segreterie dei partiti, peggio di prima ! Crocetta vuole abolire le Province solo per consegnare lo scalpo alla pubblica opinione che vede le Province come Enti inutili. Le Province semmai vanno riformate,ridotto il numero dei Consiglieri mantenendo la elezione diretta da parte del popolo dei Presidenti e dei Consiglieri Provinciali ed abolendo tutta quella pletora di Enti di sottogoverno inutili e costosi che sono la vera cancrena della Sicilia. Sono d’accordo con i parlamentari che non hanno consentito la proroga dei Commissari .Tutto il resto è solo demagogia e populismo da strapazzo fatto solo per dire alla gente che si è fatto qualcosa per risparmiare : tutte falsità di questo Governo inconcludente. Il tempo è galantuomo ed a breve vedremo la fine di questo governo inutile e dannoso che nulla fa ed ha fatto per abolire davvero tutte le Società partecipate, consorzi, consulenze ed affini. Le Province vanno salvaguardate e semmai vanno riformate dando loro ampie competenze quali Rifiuti,Acqua,Iacp,Motorizzazioni,Genio Civile ecc.ecc. Suvvia si facciano davvero le vere riforme altro che abolire le Province . In ultimo ricordo che il personale non può essere licenziato,le strade provinciali non possono essere bombardate,le scuole superiori non possono essere demolite. Si dirà : ma passerebbero tutto ai liberi consorzi.Si ma con quali uffici,personale,strumenti,risorse ? Non prendiamo in giro i Siciliani, siamo seri: le cose da fare sono altre.
Poi, in Sicilia con la nascita di questi fantomatici Consorzi, non si farebbe altro che rischiare di passare da 9 Province a 32/35 liberi consorzi, che, di fatto, non farebbero altro che far lievitare i costi per la numerosa presenza di Consiglieri comunali “NOMINATI” non ELETTI che si recherebbero nella sede del proprio consorzio con le indennità chilometriche da erogare. Nominati dalle segreterie dei partiti, peggio di prima ! Crocetta vuole abolire le Province solo per consegnare lo scalpo alla pubblica opinione che vede le Province come Enti inutili. Le Province semmai vanno riformate,ridotto il numero dei Consiglieri mantenendo la elezione diretta da parte del popolo dei Presidenti e dei Consiglieri Provinciali ed abolendo tutta quella pletora di Enti di sottogoverno inutili e costosi che sono la vera cancrena della Sicilia. Sono d’accordo con i parlamentari che non hanno consentito la proroga dei Commissari .Tutto il resto è solo demagogia e populismo da strapazzo fatto solo per dire alla gente che si è fatto qualcosa per risparmiare : tutte falsità di questo Governo inconcludente. Il tempo è galantuomo ed a breve vedremo la fine di questo governo inutile e dannoso che nulla fa ed ha fatto per abolire davvero tutte le Società partecipate, consorzi, consulenze ed affini. Le Province vanno salvaguardate e semmai vanno riformate dando loro ampie competenze quali Rifiuti,Acqua,Iacp,Motorizzazioni,Genio Civile ecc.ecc. Suvvia si facciano davvero le vere riforme altro che abolire le Province . In ultimo ricordo che il personale non può essere licenziato,le strade provinciali non possono essere bombardate,le scuole superiori non possono essere demolite. Si dirà : ma passerebbero tutto ai liberi consorzi.Si ma con quali uffici,personale,strumenti,risorse ? Non prendiamo in giro i Siciliani, siamo seri: le cose da fare sono altre.
sabato 15 giugno 2013
Sull'inopportunità dell'abolizione delle Province Regionali Siciliane.
15.6.2013. I consiglieri provinciali di Catania si strappano le vesti per l'abolizione delle province, è notizia che durante l'ultima seduta consigliare, siano stati fortemente critici rispetto a questa decisione : dovevano difendere l'istituto intervenendo presso i loro leader quando era il momento , ormai siamo fuori tempo massimo: il limite della politica siciliana è quello di non essere lungimirante e di piangersi addosso quando il danno è fatto. A volte certe decisioni sembrano impopolari ma sono quelle giuste e la decisione da prendere era quella di NON abolire le Province Regionali ! E' stato un colpo di testa! Appare singolare che la decisione sia stata presa, quasi, in un salotto televisivo, con il Presidente della Regione che dichiarò a Giletti che avrebbe abolito le province siciliane. Da quì scherzosamente "legge Giletti". Cosa è stata questa premura, ancora in nessun altro posto, in Italia, sono state abolite le province! Nel resto d'Italia si parla di accorpamenti e non di abolizione, tra l'altro le province Siciliane avevano la funzione di "consorzi" in quanto lo Statuto Regionale non prevede l'istituzione delle province, tanto che la Legge Regionale 6/3/1986 all'articolo 3 precisa che i LIBERI CONSORZI DI COMUNI sono denominati PROVINCE REGIONALI. Quindi, non si è abolito un bel niente! Si è cambiato solo l'appellativo! Purtroppo sull''onda della delusione verso la politica si sta compiendo la distruzione della democrazia , il popolo facilmente orientabile, con sermoni populistici e demagogici, neanche se ne rende conto anzi diventa complice. L'abolizione delle province provoca alcune conseguenze di tale logicità che non bisogna essere esperti o scienziati per prevederle: 1)morte della democrazia, in quanto i rappresentanti dei consorzi saranno , probabilmente, nominati dagli enti e nella prima fase il Presidente della Regione gestirà tutto con i commissari, quasi come un dittatore; 2)moltiplicazione dei consorzi si potrebbe passare da 9 province a 33 consorzi+3 città metropolitane; 3)risparmi per circa 15 milioni di euro per pagamenti di indennità a consiglieri ed assessori (cioè nulla nel bilancio regionale) ma aumento di spese (da calcolare) per gestire 33 consorzi. 4) confusione generale e mancanza di enti intermedi di raccordo (esempio: come si ci metterà d'accordo per riparare una strada che passa da due consorzi e che interessa ad uno solo?); 5) personale da ricollocare E DA SPOSTARE nei vari consorzi ed enti locali (certo che non si può mandare a casa); 6)minore possibilità di posti di lavoro nel pubblico impiego in futuro; 7) non mi si venga a dire che i rappresentanti dei consorzi lo faranno gratis perchè o è una bufala oppure questi non faranno niente, perchè gratis in questo mondo nessuno fa niente e qualora lo faccia, lo fa a tempo perso e male!!! Ci saranno altri danni collaterali dei quali ci renderemo presto conto. La Regione costa di più perchè non l'aboliamo? I Comuni costano di più perché non li aboliamo? Perché non aboliamo tutto il sistema democratico e mettiamo a capo un dittatore, così risolviamo il problema una volta per tutte. Ma si! Ritorniamo al fascismo con i podestà e l'olio di ricino! Invece di ammazzare le province bisogna fare il contrario: chiudere tutti gli enti inutili che sperperano denaro pubblico (oltre 200 nella Regione Sicilia) ed affidarne i servizi alle provincie potenziandone la funzione.In tal modo si risparmierebbero parecchi milioni, molti di più del costo dei consiglieri ed assessori provinciali che rappresentano il POPOLO.
lunedì 6 agosto 2012
La soluzione è nel Movimento 5 Stelle?
Io penso che il limite del Movimento cinque stelle sia lo stesso di altri partiti e movimenti: quello di essere fatto da persone come tante altre. Non sono speciali e neanche venute dal cielo. Lo dimostra l'esperienza dell'amministrazione M5S di Parma che non sta dando tutti quei risultati attesi. Programmi belli a raccontarsi ma difficili da mettere in pratica. Probabilmente lavorare per niente disincentiva ancora di più i politici dall'impegnarsi nell'amministrazione. Politica solo riservata ai ricchi come Grillo, gli altri sono solo formichine che portano le mollichine nel fomicaio. Il bello verrà quando gli eletti si dimetteranno dal partito e lo cambieranno, per potere ricevere per intero le indennità che spettano : sono certo che saranno in tanti.venerdì 6 aprile 2012
Il libro che racconta la mia esperienza al Consiglio Comunale di Caltagirone

per scaricare il libro e stamparlo clicca sul seguente link:
www.claudiodepasquale.it/libro/libropdf.pdf
lunedì 16 gennaio 2012
cos'è il liberismo
Questo rarissimo testo è il rifacimento einaudiano della voce Liberismo destinata al Piccolo dizionario politico, parte di un Corso di educazione civica intitolato Uomo e cittadino (Berna 1945), ora in "Annali della Fondazione Einaudi di Torino", XX 1986, pp. 151-153. Lo ripubblichiamo dedicandolo a quanti si proclamano liberisti ma operano per il suo esatto contrario.
Liberismo. È parola che è intesa in significati svariati. Vi è chi ritiene che liberismo sia la dottrina di coloro i quali vorrebbero ridurre al minimo i compiti dello stato e si indicano anche, abbreviatamente, tali compiti come quelli del soldato per la difesa della patria, del carabiniere per il mantenimento dell'ordine e del giudice per la punizione dei colpevoli di delitti e per la definizione dei litigi tra i cittadini. Sarebbe perciò impossibile citare passi di autori di fama riconosciuta in cui tale dottrina sia esplicitamente affermata senza molte riserve, le quali variano da tempo a tempo e da paese a paese. Più ragionevolmente, si possono chiamare liberisti coloro i quali in genere vogliono che lo stato faccia passi assai più prudenti nella via dell’intervenire nelle faccende economiche, ed i quali giustificano siffatto loro atteggiamento prudente sovratutto con preoccupazioni d'indole morale e politica. Quanto più, essi dicono, lo stato regola le cose economiche, tanto più frequenti diventano i rapporti tra i cittadini e gli impiegati statali, tanto più aumenta il numero dei sorveglianti in proporzione a quello dei sorvegliati. La società si corrompe, perché gli eletti del popolo, invece di essere scelti da uomini indipendenti, sono scelti anche e in certi luoghi sovratutto da coloro che, facendo parte della burocrazia statale, dovrebbero essi stessi essere controllati. Si moltiplicano le occasioni di corruzione politica ed amministrativa per ottenere dallo stato che si interessa di tutto favori, licenze, permessi, autorizzazioni di fare la tale o tale altra cosa, che pure si deve fare per vivere. I liberisti attirano attenzione sulla corruzione imperversante in taluni paesi dove massime furono le ingerenze dello stato nella vita economica; e affermano che se lo stato deve fare qualcosa, ciò deve accadere sulla base di leggi chiare e semplici, applicabili oggettivamente a casi ben definiti e non per ciò di arbitrio amministrativo.In senso più ristretto, si definisce liberista colui il quale è contrario al protezionismo doganale e alle sue forme peggiorative, che prendono il nome di contingenti, proibizioni, vincoli ai cambi delle divise estere ed autarchia. I liberisti sono favorevoli alla libertà degli scambi di merci (ed anche alla libertà dei movimenti degli uomini) in primo luogo perché ritengono che la divisione del lavoro fra paese e paese, unita alla libertà di dedicarsi a quei lavori, a quelle industrie, a quelle coltivazioni alle quali ognuno si sente più adatto, sia mezzo efficacissimo di aumentare la produzione della ricchezza e di migliorare la distribuzione; ed in secondo luogo e sovratutto perché temono la corruzione politica. Se industriali, agricoltori, operai sanno di non poter ottenere favori dai parlamenti, non hanno interesse a corrompere od influenzare gli eletti; se invece sanno che, mandando un loro rappresentante nelle Camere ed influenzando gli altri, essi possono ottenere una legge, la quale con un dazio doganale alla frontiera, tiene lontana la concorrenza estera, nasce l’interesse a falsare la volontà del popolo ed a rendere questo servo dei loro monopoli e privilegi. Si chiamano liberisti coloro i quali preferiscono rinunciare a qualche eventuale (molto eventuale) vantaggio che in casi particolarissimi si potrebbe ottenere stabilendo un dazio a favore, ad esempio, di una industria giovane - ed i teorici hanno elencato parecchi di questi casi particolari - allo scopo di mantenere pura la vita politica, lontano dai mercanteggiamenti a cui dà necessariamente luogo la concessione di protezioni doganali. In questo senso deve essere interpretata la celebre massima laissez faire, laissez passer. Essa non vuol dire che lo stato debba lasciar passare il male, tollerare il danno dei più a vantaggio dei pochi. Vuol dire che, nella maggior parte dei casi, salvo prova contraria assai difficile a darsi, l'industriale e l'agricoltore deve essere lasciato lavorare a suo rischio e pericolo e non deve essere protetto contro la concorrenza dello straniero. Chi chiede protezione contro lo straniero o sussidi o favori dallo stato, nove volte su dieci è il nemico del suo connazionale e vuole ottenere un monopolio per estorcere prezzi più alti, profitti più lauti e salari ultranormali a danno dei suoi connazionali. Resta quel caso su dieci o su cento che meriterebbe di essere considerato, ma il liberista esita anche in confronto ad esso, perchè l'esperienza storica gli ha dimostrato che all'ombra di una iniziativa meritevole di incoraggiamento statale, passa trionfalmente il contrabbando di mille avventurieri e sfruttatori del pubblico. Il liberismo non è una dottrina economica, ma invece una tesi morale.
Tratto da "Critica liberale" n. 65, novembre 2000, p. 132
giovedì 9 giugno 2011
La sindrome di burn-out
Quella del politico e più precisamente quella di parlamentare è un’attività molto particolare. In alcuni periodi dell’anno essa è molto intensa e stressante, durante le campagne elettorali o in occasione della discussione di atti di notevole rilevanza, le ore dedicate all’impegno, diciamo, lavorativo possono arrivare a 18 o 20 ore su 24 e spesso in condizioni operative difficili e complesse.
Di contro, tale tipo di impegno consente, con una certa frequenza, la possibilità di autogestirsi il tempo nell’arco della giornata o della settimana.
Ma questo modello di attività, come accade per le libere professioni in genere, comporta la totale responsabilità personale, la voglia complessiva di fare sempre meglio e sempre di più e, contemporaneamente, la percezione inconscia di valutare le proprie competenze sulla base della mole di lavoro che si svolge.
Da qui nasce la voglia di lavorare tanto, di restare in segreteria sempre a lungo così da tentare di acquisire maggiori consensi, circostanza che, frequentemente, sfocia nello stress da burn-out. Esso procura un deterioramento dell’impegno lavorativo ed una diminuzione della soddisfazione, associati ad una ridotta realizzazione personale, cosa che difficilmente si riscontra in chi svolge attività politica o parlamentare.
Infatti più che caricarsi emotivamente delle esigenze delle persone delle quali si rappresentano gli interessi, ci si carica di eccessive responsabilità personali, al fine di sentirsi sempre più realizzati ed appagati, senza tenere in alcun conto i propri limiti personali.
In buona sostanza, i politici, così come molti altri tipi di professionisti, sostengono non solo il loro carico di stress ma anche quello delle persone che essi assistono o rappresentano.
Questa particolare sindrome, in agguato nella vita dei politici, produce depersonalizzazione ed è caratterizzata da atteggiamenti di indifferenza e cinismo nei confronti delle persone assistite.
Credo che ciascun politico debba tenere sotto controllo il proprio livello di stress per evitare di esplodere nella sindrome di burn-out, perchè ove essa dovesse insorgere, per l’eterogenesi dei fini, all’aumento del lavoro e persino dell’impegno potrebbe non corrispondere affatto l’aumento del consenso, anzi si potrebbe produrre l’aumento del cinismo e dell’indifferenza che, se percepito dai cittadini, provocherebbe in essi la revoca del mandato a rappresentarli.
sabato 21 maggio 2011
La solitudine di un liberista. A Milano (come in Italia) destra e sinistra restano agli antipodi del mercato
Sono tempi duri per i liberisti. Niente illustra meglio il loro dilemma di ciò che sta avvenendo a Milano, dove sono costretti a scegliere fra uno schieramento storicamente agli antipodi della cultura liberista e un altro che occasionalmente vi si richiama ma nei fatti dimostra di esservi ugualmente estraneo.
Per un liberista è impensabile negare a qualcuno il diritto di praticare la propria religione in modo dignitoso; come tutti, un liberista ha a cuore l'ordine pubblico, ma non lo userebbe mai come scusa per sopprimere le legittime manifestazioni della libertà individuale.
Un liberista crede nella concorrenza, anche delle idee e delle culture; per questo non potrebbe mai allearsi con chi quotidianamente insulta e minaccia stranieri e diversi.
Un liberista crede nella libertà di scelta delle famiglie, ma non ha bisogno di denigrare indiscriminatamente la scuola pubblica.
Piuttosto, cerca di correggerne le tante storture con misure credibili e attuabili, invece di lanciarsi ogni due anni in improbabili riforme epocali, spesso ispirate da zeloti ideologizzati che pretendono d'insegnare due lingue a bambini di undici anni, mentre la scuola è nel caos perché il ministero si dimentica di emettere delle semplici circolari applicative e la ministra preferisce andare agli show televisivi per inneggiare al suo capo di Governo.
Per un liberista essere imprenditore significa chinare la testa e cercare di produrre e innovare: il vero imprenditore ha meglio da fare che cercare favori, sussidi, e soldi pubblici. Un liberista ha quindi poco da spartire con quegli individui, metà politici e metà imprenditori, che ronzano come api intorno alle aziende municipalizzate, alle fondazioni bancarie, alle grandi opere e a ogni occasione per fare qualche colata di cemento o organizzare qualche evento inutile, anche quando si potrebbe fare molto di più per i cittadini con molto meno.
Un liberista è spesso un personaggio grigio e prevedibile, soprattutto quando si tratta di amministrare la cosa pubblica. È molto sospettoso dei voli pindarici e delle "grandi visioni"; sa che spesso sono solo lo strumento per nascondere la mancanza di idee o di competenze per risolvere i problemi dei cittadini. Un liberista crede in un lavoro di sana, grigia ordinaria amministrazione che cerca di risolvere i problemi di tutti i giorni, anche se sono politicamente poco visibili.
Un liberista sa che le nostre città non hanno bisogno di Expo, che scatenano un esercito di parassiti, se non di delinquenti, e distolgono per anni soldi ed energie da un molto più oscuro ma più importante lavoro di risanamento dei quartieri esistenti, che riempia i buchi delle strade, tolga i graffiti dai muri e la spazzatura dalle strade, e faccia funzionare scuole e ospedali. Non hanno bisogno di Gran premi di Formula 1 o di Olimpiadi, ma di aprire e gestire le piscine perché i giovani possano praticare lo sport. Non hanno bisogno di convegni inutili, di kermesse pseudo-culturali, di nuovi musei su argomenti sempre più improbabili, ma di far funzionare i musei che già esistono e che spesso sono un imbarazzo per il nostro Paese.
Per questo un liberista è stanco di una classe dirigente che sembra ispirata a un senso di affarismo ossessivo, nel migliore dei casi ingenuo e infantile, nel peggiore interessato e indifferente al bene pubblico. Una classe dirigente per cui sembra non esistere problema che non possa essere risolto con il cemento, con qualche annuncio a effetto, con qualche privatizzazione di facciata, con qualche grande evento, o con qualche cordata d'imprenditori ben connessi.
A causa di questa infatuazione infantile per il cemento e per gli affari come panacea di ogni male, chi ci rappresenta all'estero si è trovato a lodare pubblicamente un dittatore perché ha avuto la fortuna, negata ai poveri governanti italiani, di poter costruire in pochi anni senza intralci un'intera città - con che risultati estetici e a che prezzo per i suoi sfortunati sudditi non sappiamo, e non interessa. O si è trovato a baciare la mano di un altro dittatore che ci prometteva di salvare una banca nostrana e di riservarci due commesse nel deserto.
Un liberista crede profondamente nella competenza individuale. Per questo è incredulo che ci si riempia la bocca di ricerca, scienza e tecnologia ma per motivi ideologici si possa nominare alla vice-presidenza del Consiglio nazionale delle ricerche una persona che da anni propaganda tesi che appaiono insensate ed offensive verso intere categorie di persone e la cui designazione perfino Cesare Lombroso, patrono della pseudo-scienza e dell'oscurantismo, troverebbe discutibile. Per questo un liberista non si sente rappresentato da chi, invece che promuovere l'immagine del Paese nei consessi internazionali con proposte costruttive e competenti, lo scredita raccontando barzellette osé e facendo battute sul colore della pelle degli altri governanti, ed è troppo preso da altre faccende per rendersi conto che, a torto o a ragione, nel XXI secolo questo non si può fare.
di Roberto Perotti
Fonte sole24ore
Per un liberista è impensabile negare a qualcuno il diritto di praticare la propria religione in modo dignitoso; come tutti, un liberista ha a cuore l'ordine pubblico, ma non lo userebbe mai come scusa per sopprimere le legittime manifestazioni della libertà individuale.
Un liberista crede nella concorrenza, anche delle idee e delle culture; per questo non potrebbe mai allearsi con chi quotidianamente insulta e minaccia stranieri e diversi.
Un liberista crede nella libertà di scelta delle famiglie, ma non ha bisogno di denigrare indiscriminatamente la scuola pubblica.
Piuttosto, cerca di correggerne le tante storture con misure credibili e attuabili, invece di lanciarsi ogni due anni in improbabili riforme epocali, spesso ispirate da zeloti ideologizzati che pretendono d'insegnare due lingue a bambini di undici anni, mentre la scuola è nel caos perché il ministero si dimentica di emettere delle semplici circolari applicative e la ministra preferisce andare agli show televisivi per inneggiare al suo capo di Governo.
Per un liberista essere imprenditore significa chinare la testa e cercare di produrre e innovare: il vero imprenditore ha meglio da fare che cercare favori, sussidi, e soldi pubblici. Un liberista ha quindi poco da spartire con quegli individui, metà politici e metà imprenditori, che ronzano come api intorno alle aziende municipalizzate, alle fondazioni bancarie, alle grandi opere e a ogni occasione per fare qualche colata di cemento o organizzare qualche evento inutile, anche quando si potrebbe fare molto di più per i cittadini con molto meno.
Un liberista è spesso un personaggio grigio e prevedibile, soprattutto quando si tratta di amministrare la cosa pubblica. È molto sospettoso dei voli pindarici e delle "grandi visioni"; sa che spesso sono solo lo strumento per nascondere la mancanza di idee o di competenze per risolvere i problemi dei cittadini. Un liberista crede in un lavoro di sana, grigia ordinaria amministrazione che cerca di risolvere i problemi di tutti i giorni, anche se sono politicamente poco visibili.
Un liberista sa che le nostre città non hanno bisogno di Expo, che scatenano un esercito di parassiti, se non di delinquenti, e distolgono per anni soldi ed energie da un molto più oscuro ma più importante lavoro di risanamento dei quartieri esistenti, che riempia i buchi delle strade, tolga i graffiti dai muri e la spazzatura dalle strade, e faccia funzionare scuole e ospedali. Non hanno bisogno di Gran premi di Formula 1 o di Olimpiadi, ma di aprire e gestire le piscine perché i giovani possano praticare lo sport. Non hanno bisogno di convegni inutili, di kermesse pseudo-culturali, di nuovi musei su argomenti sempre più improbabili, ma di far funzionare i musei che già esistono e che spesso sono un imbarazzo per il nostro Paese.
Per questo un liberista è stanco di una classe dirigente che sembra ispirata a un senso di affarismo ossessivo, nel migliore dei casi ingenuo e infantile, nel peggiore interessato e indifferente al bene pubblico. Una classe dirigente per cui sembra non esistere problema che non possa essere risolto con il cemento, con qualche annuncio a effetto, con qualche privatizzazione di facciata, con qualche grande evento, o con qualche cordata d'imprenditori ben connessi.
A causa di questa infatuazione infantile per il cemento e per gli affari come panacea di ogni male, chi ci rappresenta all'estero si è trovato a lodare pubblicamente un dittatore perché ha avuto la fortuna, negata ai poveri governanti italiani, di poter costruire in pochi anni senza intralci un'intera città - con che risultati estetici e a che prezzo per i suoi sfortunati sudditi non sappiamo, e non interessa. O si è trovato a baciare la mano di un altro dittatore che ci prometteva di salvare una banca nostrana e di riservarci due commesse nel deserto.
Un liberista crede profondamente nella competenza individuale. Per questo è incredulo che ci si riempia la bocca di ricerca, scienza e tecnologia ma per motivi ideologici si possa nominare alla vice-presidenza del Consiglio nazionale delle ricerche una persona che da anni propaganda tesi che appaiono insensate ed offensive verso intere categorie di persone e la cui designazione perfino Cesare Lombroso, patrono della pseudo-scienza e dell'oscurantismo, troverebbe discutibile. Per questo un liberista non si sente rappresentato da chi, invece che promuovere l'immagine del Paese nei consessi internazionali con proposte costruttive e competenti, lo scredita raccontando barzellette osé e facendo battute sul colore della pelle degli altri governanti, ed è troppo preso da altre faccende per rendersi conto che, a torto o a ragione, nel XXI secolo questo non si può fare.
di Roberto Perotti
Fonte sole24ore
sabato 23 aprile 2011
Il discorso della discesa in campo di Silvio Berlusconi
IL DISCORSO DELLA 'DISCESA IN CAMPO'
26 gennaio 1994
"L'Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato, da mio padre e dalla vita, il mio mestiere di imprenditore. Qui ho appreso la passione per la libertà.
Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un Paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare.
Per poter compiere questa nuova scelta di vita, ho rassegnato oggi stesso le mie dimissioni da ogni carica sociale nel gruppo che ho fondato. Rinuncio dunque al mio ruolo di editore e di imprenditore per mettere la mia esperienza e tutto il mio impegno a disposizione di una battaglia in cui credo con assoluta convinzione e con la più grande fermezza.
So quel che non voglio e, insieme con i molti italiani che mi hanno dato la loro fiducia in tutti questi anni, so anche quel che voglio. E ho anche la ragionevole speranza di riuscire a realizzarlo, in sincera e leale alleanza con tutte le forze liberali e democratiche che sentono il dovere civile di offrire al Paese una alternativa credibile al governo delle sinistre e dei comunisti.
La vecchia classe politica italiana è stata travolta dai fatti e superata dai tempi. L'autoaffondamento dei vecchi governanti, schiacciati dal peso del debito pubblico e dal sistema di finanziamento illegale dei partiti, lascia il Paese impreparato e incerto nel momento difficile del rinnovamento e del passaggio a una nuova Repubblica.
Mai come in questo momento l'Italia, che giustamente diffida di profeti e salvatori, ha bisogno di persone con la testa sulle spalle e di esperienza consolidata, creative ed innovative, capaci di darle una mano, di far
funzionare lo Stato.
Il movimento referendario ha condotto alla scelta popolare di un nuovo sistema di elezione del Parlamento. Ma affinché il nuovo sistema funzioni, è indispensabile che al cartello delle sinistre si opponga, un polo delle libertà che sia capace di attrarre a sé il meglio di un Paese pulito, ragionevole, moderno.
Di questo polo delle libertà dovranno far parte tutte le forze che si richiamano ai principi fondamentali delle democrazie occidentali, a partire da quel mondo cattolico che ha generosamente contribuito all'ultimo cinquantennio della nostra storia unitaria.
L'importante è saper proporre anche ai cittadini italiani gli stessi obiettivi e gli stessi valori che hanno fin qui consentito lo sviluppo delle libertà in tutte le grandi democrazie occidentali.
Quegli obiettivi e quei valori che invece non hanno mai trovato piena cittadinanza in nessuno dei Paesi governati dai vecchi apparati comunisti, per quanto riverniciati e riciclati. Né si vede come a questa regola elementarepotrebbe fare eccezione proprio l'Italia. Gli orfani i e i nostalgici del comunismo, infatti, non sono soltanto impreparati al governo del Paese. Portano con sé anche un retaggio ideologico che stride e fa a pugni con le esigenze di una amministrazione pubblica che voglia essere liberale in politica e liberista in
economia.
Le nostre sinistre pretendono di essere cambiate. Dicono di essere diventate liberaldemocratiche. Ma non è vero. I loro uomini sono sempre gli stessi, la loro mentalità, la loro cultura, i loro più profondi convincimenti, i loro comportamenti sono rimasti gli stessi. Non credono nel mercato, non credono nell'iniziativa privata, non credono nel profitto, non credono nell'individuo. Non credono che il mondo possa migliorare attraverso l'apporto libero di tante persone tutte diverse l'una dall'altra. Non sono cambiati. Ascoltateli parlare, guardate i loro telegiornali pagati dallo Stato, leggete la loro stampa. Non credono più in niente. Vorrebbero trasformare il Paese in una piazza urlante, che grida, che inveisce, che condanna.
Per questo siamo costretti a contrapporci a loro. Perché noi crediamo nell'individuo, nella famiglia, nell'impresa, nella competizione, nello sviluppo, nell'efficienza, nel mercato libero e nella solidarietà, figlia della giustizia e della libertà.
Se ho deciso di scendere in campo con un nuovo movimento, e se ora chiedo di scendere in campo anche a voi, a tutti voi - ora, subito, prima che sia troppo tardi - è perché sogno, a occhi bene aperti, una società libera, di donne e di uomini, dove non ci sia la paura, dove al posto dell'invidia sociale e dell'odio di
classe stiano la generosità, la dedizione, la solidarietà, l'amore per il lavoro, la tolleranza e il rispetto per la vita.
I1 movimento politico che vi propongo si chiama, non a caso, Forza Italia. Ciò che vogliamo farne è una libera organizzazione di elettrici e di elettori di tipo totalmente nuovo: non l'ennesimo partito o l'ennesima fazione che nascono per dividere, ma una forza che nasce invece con l'obiettivo opposto; quello di unire,
per dare finalmente all'Italia una maggioranza e un governo all'altezza delle esigenze più profondamente sentite dalla gente comune.
Ciò che vogliamo offrire agli italiani è una forza politica fatta di uomini totalmente nuovi. Ciò che vogliamo offrire alla nazione è un programma di governo fatto solo di impegni concreti e comprensibili.
Noi vogliamo rinnovarela società italiana, noi vogliamo dare sostegno e fiducia a chi crea occupazione
e benessere, noi vogliamo accettare e vincere le grandi sfide produttive e tecnologiche dell'Europa e del mondo moderno. Noi vogliamo offrire spazio a chiunque ha voglia di fare e di costruire il proprio futuro, al Nord come al Sud vogliamo un governo e una maggioranza parlamentare che sappiano dare adeguata dignità al nucleo originario di ogni società, alla famiglia, che sappiano rispettare ogni fede e che suscitino ragionevoli speranze per chi è più debole, per chi cerca lavoro, per chi ha bisogno di cure, per chi, dopo una vita operosa, ha diritto di vivere in serenità. Un governo e una maggioranza che portino più attenzione e rispetto all'ambiente, che sappiano opporsi con la massima determinazione alla criminalità, alla corruzione, alla droga. Che sappiano garantire ai cittadini più sicurezza, più ordine e più efficienza.
La storia d'Italia è ad una svolta. Da imprenditore, da cittadino e ora da cittadino che scende in campo, senza nessuna timidezza ma con la determinazione e la serenità che la vita mi ha insegnato, vi dico che è possibile
farla finita con una politica di chiacchiere incomprensibili, di stupide baruffe e di politica senza mestiere. Vi dico che è possibile realizzare insieme un grande sogno: quello di un'Italia più giusta, più generosa verso chi ha bisogno più prospera e serena più moderna ed efficiente protagonista in Europa e nel mondo.
Vi dico che possiamo, vi dico che dobbiamo costruire insieme per noi e per i nostri figli, un nuovo miracolo italiano."
Silvio Berlusconi
26 gennaio 1994
"L'Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato, da mio padre e dalla vita, il mio mestiere di imprenditore. Qui ho appreso la passione per la libertà.
Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un Paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare.
Per poter compiere questa nuova scelta di vita, ho rassegnato oggi stesso le mie dimissioni da ogni carica sociale nel gruppo che ho fondato. Rinuncio dunque al mio ruolo di editore e di imprenditore per mettere la mia esperienza e tutto il mio impegno a disposizione di una battaglia in cui credo con assoluta convinzione e con la più grande fermezza.
So quel che non voglio e, insieme con i molti italiani che mi hanno dato la loro fiducia in tutti questi anni, so anche quel che voglio. E ho anche la ragionevole speranza di riuscire a realizzarlo, in sincera e leale alleanza con tutte le forze liberali e democratiche che sentono il dovere civile di offrire al Paese una alternativa credibile al governo delle sinistre e dei comunisti.
La vecchia classe politica italiana è stata travolta dai fatti e superata dai tempi. L'autoaffondamento dei vecchi governanti, schiacciati dal peso del debito pubblico e dal sistema di finanziamento illegale dei partiti, lascia il Paese impreparato e incerto nel momento difficile del rinnovamento e del passaggio a una nuova Repubblica.
Mai come in questo momento l'Italia, che giustamente diffida di profeti e salvatori, ha bisogno di persone con la testa sulle spalle e di esperienza consolidata, creative ed innovative, capaci di darle una mano, di far
funzionare lo Stato.
Il movimento referendario ha condotto alla scelta popolare di un nuovo sistema di elezione del Parlamento. Ma affinché il nuovo sistema funzioni, è indispensabile che al cartello delle sinistre si opponga, un polo delle libertà che sia capace di attrarre a sé il meglio di un Paese pulito, ragionevole, moderno.
Di questo polo delle libertà dovranno far parte tutte le forze che si richiamano ai principi fondamentali delle democrazie occidentali, a partire da quel mondo cattolico che ha generosamente contribuito all'ultimo cinquantennio della nostra storia unitaria.
L'importante è saper proporre anche ai cittadini italiani gli stessi obiettivi e gli stessi valori che hanno fin qui consentito lo sviluppo delle libertà in tutte le grandi democrazie occidentali.
Quegli obiettivi e quei valori che invece non hanno mai trovato piena cittadinanza in nessuno dei Paesi governati dai vecchi apparati comunisti, per quanto riverniciati e riciclati. Né si vede come a questa regola elementarepotrebbe fare eccezione proprio l'Italia. Gli orfani i e i nostalgici del comunismo, infatti, non sono soltanto impreparati al governo del Paese. Portano con sé anche un retaggio ideologico che stride e fa a pugni con le esigenze di una amministrazione pubblica che voglia essere liberale in politica e liberista in
economia.
Le nostre sinistre pretendono di essere cambiate. Dicono di essere diventate liberaldemocratiche. Ma non è vero. I loro uomini sono sempre gli stessi, la loro mentalità, la loro cultura, i loro più profondi convincimenti, i loro comportamenti sono rimasti gli stessi. Non credono nel mercato, non credono nell'iniziativa privata, non credono nel profitto, non credono nell'individuo. Non credono che il mondo possa migliorare attraverso l'apporto libero di tante persone tutte diverse l'una dall'altra. Non sono cambiati. Ascoltateli parlare, guardate i loro telegiornali pagati dallo Stato, leggete la loro stampa. Non credono più in niente. Vorrebbero trasformare il Paese in una piazza urlante, che grida, che inveisce, che condanna.
Per questo siamo costretti a contrapporci a loro. Perché noi crediamo nell'individuo, nella famiglia, nell'impresa, nella competizione, nello sviluppo, nell'efficienza, nel mercato libero e nella solidarietà, figlia della giustizia e della libertà.
Se ho deciso di scendere in campo con un nuovo movimento, e se ora chiedo di scendere in campo anche a voi, a tutti voi - ora, subito, prima che sia troppo tardi - è perché sogno, a occhi bene aperti, una società libera, di donne e di uomini, dove non ci sia la paura, dove al posto dell'invidia sociale e dell'odio di
classe stiano la generosità, la dedizione, la solidarietà, l'amore per il lavoro, la tolleranza e il rispetto per la vita.
I1 movimento politico che vi propongo si chiama, non a caso, Forza Italia. Ciò che vogliamo farne è una libera organizzazione di elettrici e di elettori di tipo totalmente nuovo: non l'ennesimo partito o l'ennesima fazione che nascono per dividere, ma una forza che nasce invece con l'obiettivo opposto; quello di unire,
per dare finalmente all'Italia una maggioranza e un governo all'altezza delle esigenze più profondamente sentite dalla gente comune.
Ciò che vogliamo offrire agli italiani è una forza politica fatta di uomini totalmente nuovi. Ciò che vogliamo offrire alla nazione è un programma di governo fatto solo di impegni concreti e comprensibili.
Noi vogliamo rinnovarela società italiana, noi vogliamo dare sostegno e fiducia a chi crea occupazione
e benessere, noi vogliamo accettare e vincere le grandi sfide produttive e tecnologiche dell'Europa e del mondo moderno. Noi vogliamo offrire spazio a chiunque ha voglia di fare e di costruire il proprio futuro, al Nord come al Sud vogliamo un governo e una maggioranza parlamentare che sappiano dare adeguata dignità al nucleo originario di ogni società, alla famiglia, che sappiano rispettare ogni fede e che suscitino ragionevoli speranze per chi è più debole, per chi cerca lavoro, per chi ha bisogno di cure, per chi, dopo una vita operosa, ha diritto di vivere in serenità. Un governo e una maggioranza che portino più attenzione e rispetto all'ambiente, che sappiano opporsi con la massima determinazione alla criminalità, alla corruzione, alla droga. Che sappiano garantire ai cittadini più sicurezza, più ordine e più efficienza.
La storia d'Italia è ad una svolta. Da imprenditore, da cittadino e ora da cittadino che scende in campo, senza nessuna timidezza ma con la determinazione e la serenità che la vita mi ha insegnato, vi dico che è possibile
farla finita con una politica di chiacchiere incomprensibili, di stupide baruffe e di politica senza mestiere. Vi dico che è possibile realizzare insieme un grande sogno: quello di un'Italia più giusta, più generosa verso chi ha bisogno più prospera e serena più moderna ed efficiente protagonista in Europa e nel mondo.
Vi dico che possiamo, vi dico che dobbiamo costruire insieme per noi e per i nostri figli, un nuovo miracolo italiano."
Silvio Berlusconi
martedì 8 febbraio 2011
La coerenza
Mi piace ricordare e far ricordare che la mia esperienza politica inizia con la candidatura in Forza Italia nel lontano anno 1997: anche se non ero un militante accanito, avevo condiviso i principi fondanti del movimento. Tuttavia, da sempre animato dalla convinzione che l'attuazione dell'autonomia avrebbe portato molti vantaggi alla nostra Regione, ed essendo nato un forte partito a carattere regionale, nell'anno 2003 decisi di candidarmi nella lista di Nuova Sicilia, che era un movimento autonomista di centro-destra, comunque molto vicino alle posizioni di Forza Italia, si dice addirittura che nella provincia di Catania ne costituisse una lista satellite. Questo avrebbe consentito a Forza Italia di avere Nuova Sicilia come alleato fedele a Caltagirone. Successivamente Nuova Sicilia fu sciolta per confluire nell'MPA. Entrato nell'MPA mi candidai alle comunali dell'anno 2007 anche perchè sembrava tenere l'alleanza politica tra l'MPA e Forza Italia poi divenuta PDL. Purtroppo dopo le elezioni regionali questo asse si ruppe ed io cominciai a sentire qualche malessere. Fu naturale per me, guardare con simpatia ed interesse al nuovo PDL, unica alternativa all''MPA che intanto ci deludeva per l'azione politica portata avanti dal suo leader a livello regionale sempre alla ricerca dell'appoggio della sinistra. Una parte del PDL ha deciso di staccarsi e fondare FORZA DEL SUD , ci sono anche il l Sottosegretario alla Presidenza Gianfranco Miccichè ed il senatore Salvo Fleres, quest'ultimo mia conoscenza sin dalla mia prima candidatura in Forza Italia. Mi hanno invitato a percorrere una nuova strada, a credere che ci possa essere un partito del sud, nel centro destra, in contrapposizione al predominio della Lega Nord. Non dobbiamo scontrarci con gli alleati della Lega ma controbilanciare il loro potere all'interno della coalizione , tutto ciò provando a restare nella stessa area del PDL. Il progetto sembra entusiasmante è la sintesi di tutta la mia esperienza politica, stare nel centro destra, condividere i principi fondanti di Forza Italia prima e PDL poi, dare il mio piccolo contributo alla creazione del partito del sud, che va addirittura al di la dello spirito autonomista, che ha animato, in vari momenti, la mia militanza politica. Una volta c'erano i partiti ed al loro interno si formavano le correnti. Oggi ci sono le coalizioni ed al loro interno si formano i partiti ed a questo punto, la coerenza si misura rispetto alla capacità di saper rimanere in una coalizione. Se poi i passaggi avvengono nell'ambito di un percorso lineare e limpido, con comportamenti che si sono contrapposti alla mancanza di coerenza degli altri.... penso proprio che in alcuni casi si possa tranquillamente trattare di vera coerenza personale e assoluta fermezza nel credere nei propri principi, al costo di cambiare partito o movimento di appartenenza. Forse un ragionamento difficile da comprendere, ma ne sono certo, non per tutti.....
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pubblicato nel blog :http://www.claudiodepasquale.it/ il 8-2-2011
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Il Vizio di Pensare
...... Pensare non è come fumare un buon sigaro né come mettersi le dita nel naso o rosicchiarsi le unghie, semmai è come mangiare o respirare: non farlo significa non vivere.
Pensare è un vizio considerato tale solo dai potenti che ritengono che solo loro possano pensare, mentre gli altri debbano limitarsi a diffondere il pensiero del potente che lo ha espresso. Essi, cioe, sono convinti che non sia necessario respirare o mangiare ma sia sufficiente sapere che qualcuno lo fa, e magari morire di fame o per soffocamento.
Che ve ne pare? E' un po confuso come concetto, vero?
Eppure ho la sensazione non solo che sia stato chiaro ma ciascuno dei lettori abbia, in cuor suo, individuato questo o quel potente a cui affibbiare l'esempio [.....]
(tratto da "Il Vizio di Pensare" di Salvo Fleres)
Pensare è un vizio considerato tale solo dai potenti che ritengono che solo loro possano pensare, mentre gli altri debbano limitarsi a diffondere il pensiero del potente che lo ha espresso. Essi, cioe, sono convinti che non sia necessario respirare o mangiare ma sia sufficiente sapere che qualcuno lo fa, e magari morire di fame o per soffocamento.
Che ve ne pare? E' un po confuso come concetto, vero?
Eppure ho la sensazione non solo che sia stato chiaro ma ciascuno dei lettori abbia, in cuor suo, individuato questo o quel potente a cui affibbiare l'esempio [.....]
(tratto da "Il Vizio di Pensare" di Salvo Fleres)
domenica 9 gennaio 2011
Bilancio dell'attività politica e consigliare del 2010 a Caltagirone: dal mio punto di vista.
Il duemiladieci si è chiuso con un forte disagio rispetto la condizione di paralisi al Comune di Caltagirone ma anche rispetto al quadro politico in generale. Nella città si registra l'assenza dei partiti, manca una strategia complessiva, mancano vere segreterie, che spesso sono solo luoghi di riunione di gente che non è legata da alcun ideale comune. Non è solo un problema della nostra cittadina, riguarda anche molte altre realtà locali, probabilmente l'intero Paese. Anche per questo motivo, l'attività consiliare, risulta autonoma rispetto alle esigenze della città che ognuno interpreta a modo proprio, senza una regia comune. Il Consiglio Comunale vive di luce propria, è un mondo a parte ed al proprio interno si formano, a volte, le maggioranze più improbabili (accade alla Regione figuriamoci in una realtà locale). Ecco che destra e sinistra, possano trovare, di volta in volta, un accordo per esitare positivamente i provvedimenti che propone la giunta comunale. Quando non c'è il PDL c'è L'MPA, quando non c'è l'MPA ci sono gli indipendenti, quando pare che nessuno sia dispoto a votare, ci sono le assenze bipartisan, fatto sta che i provvedimenti passano. Tuttavia, nella condizione venutasi a creare, del Sindaco sostenuto da una minoranza (sulla carta), ognuno per le proprie competenze cerca di assolvere al proprio mandato e se la proposta è buona o dovuta, atti di responsabilità non sono da disdegnare. Ciò che però ti mette in disagio è l'inefficacia dell'attività amministrativa. I problemi vengono posti, ma restano, spesso, scritti sulla carta e non risolti, ed allora capita che ti trovi a fare decine di proposte, magari approvate dal Consiglio Comunale, ma che di fatto non trovano alcun seguito. Paradossalmente, per la soluzione di certi problemi, è più vantaggioso contare sul modo di porsi, sull'amicizia, sul dialogo costruttivo che a volte funziona meglio di una mozione approvata all'unanimità. Questo lo affermo con tristezza, perchè sono uno di quelli che crede all'opportunità di certi formalismi amministrativi ed alla necessità della partecipazione attiva di tutti i Consiglieri, in una sana competizione costruttiva per la città, tesa anche a dare riconoscimento e ruolo politico ad ognuno. Invece, spesso c'è diagramma piatto, nessuno crede più nella funzione di consigliere comunale, forse neanche noi, nessuno ha proposte ed ove le avesse non trova il modo giusto per concretizzarle. Qualcuno ritiene di doverle fare passare attraverso i media, qualcun altro prova con le mozioni (che sono atti di inditrizzo che non vincolano nessuno), ci sono i più scaltri che, come dicevo prima, contano su qualche amicizia personale nella Giunta o negli Uffici, infine ci sono i ricattatori politici, che condizionano le loro decisioni all'accettazione di una loro proposta. In tutti i casi, il risultato è sempre scarso e deludente. Ammetto che con queste premesse la mia attività propositiva si è ridotta, passando da oltre 40 iniziative nel 2009 a qualche decina , proprio , nel 2010 (interrogazioni e mozioni ). A dire il vero, ha influito anche il maggiore tempo che ho dovuto profondere nell'attività prettamente politica rispetto all'attività amministrativa, con la neccesssaria priorità alle relazioni umane, ciò dovuto nella prima fase dell'anno alla partecipazione al riassetto complessivo delle commissioni consiliari e nella seconda parte dell'anno all'attività di presidente di gruppo. Quindi il bilancio complessivo può essere considerato positivo, in termini di esperienza accumulata, negativo in termini di produzione di provvedimenti. Non tanto perchè io o qualsiasi altro consigliere comunale non abbiamo lavorato, ma perchè il sistema non lo rende facile e neanche efficace. La giunta non ha prodotto niente in termini di semplificazione regolamentare. I regolamenti edilizi, tributari, dei servizi, andrebbero urgentemente ritoccati per venire incontro alle tante esigenze, ma si continua a fare niente. Non c'è modo perchè l'iniziativa parta dal Consiglio Comunale , che si è autocastrato con sterili polemiche e lotte intestine, e dove si ci divide è facile, per qualcun altro, dominare. Ogni tanto, qualche volenteroso, dopo immensi sacrifici, riesce a convincere un qualche dirigente della bontà di una proposta, che ovviamente diventa della giunta, che poi si porta in Consiglio Comunale e la si valuta, senza fare alcun riferimento al promotore, non si sa mai che nasca qualche invidia o geolosia, non si sa mai che per un dispetto si rischi che non venga approvata: si, perchè paradossalmente, è più facile facile che sia approvato un provvedimento di iniziativa della giunta (di centro sinistra), piuttosta che da un collega del tuo stesso gruppo (di centro destra)! Siamo caduti davvero in basso, c'è solo ordinarissima amministrazione: bilancio, debiti fuori bilancio, piani di lottizzazzione e atti dovuti. Ogni tanto qualche (populistico) ordine del giorno, qualche mozione puntualmente disattesa, e così si tira a campare. Questo discorso, è per focalizzare i fatti di casa nostra, lo so che nelle altre realtà locali probabilmente è ancora peggio. Tuttavia, per quello che la nostra città ha rapresentato nel passato, è deludente vederla ridotta a questo punto, fa male vedere che i rappresentanti eletti dai cittadini, non siano messi nelle condizioni di cambiare quello che andrebbe cambiato, di trovare volta per volta le soluzioni ai tanti problemi che attanagliano questa comunità. E' doloroso vedere il consiglio comunale ridotto ad un votificio, dove l'80% dei presenti non fa interventi in aula e si limita solo ad alzare o meno la mano ed il 100% non fa proposte che si tramutano in atti concreti, a parte qualche mozione. Una situazione comune ad altri enti locali, ma noi, in una sana competizione dovremmo cercare di essere i migliori. Il ruolo va riconosciuto a tutti, alla maggioranza ed all'opposizione. La capacità di elaborazione delle proposte va riconosciuta a tutti , in modo da fare aumentare il volume dei provvedimenti e l'efficacia dell'azione del consiglio comunale che poi diventa anche risultato per l'organo esecutivo, ovvero per il Sindaco e la sua giunta. Non credo in quelli che affermano che più potere al Consiglio si tradurrebbe in un indebolimento dell'esecutivo e neanche al rischio di eccessi nell'uso dell'iniziativa consiliare. Tuttavia bisogna riconoscere che siamo fermi, ci perdiamo ogni giorno in sterili polemiche e iniziative demagogiche finalizzate al nulla, senza dare risposte concrete, quindi a questo punto meglio rischiare. L'anno nuovo si apre con questo auspicio.
sabato 17 luglio 2010
L'OPPOSIZIONE UTILE
Quando si fa una riflessione e magari la si scrive su un giornale o la si pubblica su un blog, scaturisce da parte degli avversari, un senso di ilarità se non feroci attacchi personali. Mi è capitato. Questo significa che nella nostra città non siamo più abituati a ragionare, ad accettare le riflessioni degli altri, a dialogare, a fare nascere qualcosa di buono, dalle idee e dai pensieri di ognuno di noi, comunque espressi. Tuttavia, io sfido questo stato di cose e fino a che avrò il mandato che ho, continuerò per la mia strada. Ecco perché questa riflessione di oggi.
A volte mi domando quale sia il modo più corretto di impostare una strategia di opposizione all'interno del Consiglio Comunale. Viviamo un paradosso: è stato eletto un Sindaco in prima battuta. I cittadini lo hanno voluto a larga maggioranza. Hanno voluto che questo Sindaco guidasse questa città. Non hanno voluto il Sindaco proposto dal centrodestra e pur votando un consigliere di centro-destra, il Sindaco doveva essere quello. Anche noi del centrodestra non è che ci abbiamo messo buona volontà, parliamoci chiaro, i partiti di centrodestra hanno fatto di tutto per perdere, non sapevano più cosa inventarsi (!). Detto questo, adesso in consiglio ci sono 13 consiglieri eletti nella coalizione di centro-sinistra e 17 eletti in quella di centro-destra (che se vogliamo essere scaramantici, porta anche sfortuna). Qui nasce l'inghippo. Cosa si sarebbe dovuto fare fin dall'inizio? Sfiduciare il Sindaco eletto in prima battuta dai cittadini? Questo non era possibile, sia perché mancavano i numeri ma anche perché irrispettoso della volontà democratica. Forse si sarebbe dovuto impedirgli di portare avanti qualsiasi iniziativa? Neanche questo possibile perché alla fine sarebbe stata la città a rimetterci. Bocciare tutti i bilanci preventivi e consuntivi? Non ha senso perché se vogliamo possiamo stravolgerli in consiglio comunale. Bocciare tutti i debiti fuori bilancio che ci vengono proposti? Nemmeno questo avrebbe avuto senso, si tratta di sentenze esecutive e ci avrebbero pignorato anche il municipio. Eppure certa opposizione porterebbe a questi risultati. Francamente una cosa devo dirla. Da uomo di centro-destra, mettere l'amministrazione Pignataro in forte difficoltà, al punto di fare commissariare il comune ad ogni bilancio, al punto consentire il pignoramento del municipio, mi sarebbe molto convenuto. Magari non personalmente,ma per la parte che rappresento. Ci saremmo riempiti la bocca di come il Sindaco e la Sua giunta avrebbero ridotto la città, tuttavia, lui al massimo avrebbe pagato un prezzo politico (poco probabile, perché si sa difendere), mentre i cittadini avrebbero pagato il conto delle nostre scelte (molto probabile). Se ne deduce che certo tipo di opposizione , quindi, non serve a niente, solo a fare danni alla comunità. Ne sono convinti tanti Consiglieri Comunali, in modo trasversale. Ed allora, nei debiti fuori bilancio, si vede che all'ultimo momento c'è l'abbandono della nave, escono dal consiglio di destra e sinistra, del gruppo Unione (PD+Moderati) , dell'MPA o del PDL, Del gruppo dei popolari o del gruppo DS360, non ha importanza, casualmente in certi momenti si esce e, sempre casualmente, si trovano i numeri per approvare certi provvedimenti. Ma allora che senso ha colpevolizzarci reciprocamente? Che senso ha fare l'opposizione stomachevole quando poi si sa che non può trovarsi alcuna quadratura su certo tipo di atteggiamenti? Quale è , allora, l'opposizione corretta? Come si può contribuire ad un'amministrazione corretta della città? Io resto convinto che che i cittadini hanno la speranza di eleggere i consiglieri comunali affinché esercitino un'attività propositiva e di controllo. Lo sanno che a gestire saranno il Sindaco e la sua giunta. I cittadini non sono scemi, non sono una massa inerme, va bene che qualche voto viene dato dietro qualche incauta promessa, ma in generale, sanno quello che fanno e quello che vogliono. Questo è dimostrato ogni giorno. E' frequente che il cittadino si rivolga al Consigliere per dirgli che è sbagliata una parte di un regolamento piuttosto che un'altra. Che bisognerebbe prevedere questo o quello. Che bisognerebbe istituire un servizio. Che un'altro servizio dovrebbe essere fatto in un modo piuttosto che in un'altro. Questo ed altro lo chiedono non al Sindaco ma ai consiglieri comunali. Il problema è che poi, i consiglieri comunali, invece di lavorare su queste cose serie, vanno in consiglio comunale solo per svuotarsi lo stomaco, magari perché non gli è stato dato il contentino. Ci presentiamo in televisione come se fossimo deputati nazionali, a giudicare a destra ed a manca, quando invece alcuni nulla fanno di concreto. Nessuno sembra capire quale sia il ruolo che spetta al consigliere comunale ed accade che quando qualcuno cerca di praticarlo rischia di essere pure deriso perché considerato troppo idealista, troppo interessato a questioni per le quali e meglio che decidano gli altri. In queste circostanze ci vuole un grande coraggio ed una grande forza interiore per continuare a fare attività amministrativa utile ai cittadini. Perché questo tipo di opposizione non viene compresa, anzi viene considerata consociativismo. Mi spiego. Se uno rispetto ad un provvedimento proposto dalla giunta Pignataro, fa le barricate, cercando di migliorarlo con emendamenti, proposte e suggerimenti ed alla fine, soddisfatto, lo vota favorevolmente, questo sarebbe tradire il voto degli elettori. Se invece un'altro rispetto allo stesso provvedimento, comincia ad attaccare l'amministrazione in consiglio (anche fuori tema), fa tre ore di caciara, non fa alcuna proposta concreta ed infine non riesce a tenere neanche i suoi in aula per farli votare contro, allora questa è la vera opposizione (!). Ancora più vera e giusta se si riesce a fare un danno, così che si possa colpevolizzare l'avversario (tanto poi paga pantalone). Ecco perché pongo alcune questioni a me stesso. Facile è darmi le risposte. Resto convinto che in questa situazione dell'anatra zoppa, con un Sindaco di un colore ed un consiglio -sulla carta- a maggioranza di un'altro colore, si debba cercare di trovare una quadratura non per il bene personale ma della nostra comunità. Ciò che deve continuare a fare il Sindaco è la gestione e su questo sarà giudicato. Ciò che deve fare il consiglio è l'attività ispettiva, verificare che non ci siano inesattezze o addirittura illeciti oltre alla fondamentale attività di proposta e miglioramento dei provvedimenti che sono sottoposti al vaglio. Solo quando non viene presa sul serio la buona volonta dei consiglieri comunali, solo quando essi sono ridotti a non potere intervenire sul miglioramento dei provvedimenti, quando tutto ciò dovesse accadere, diventa legittimo mettere in forte difficoltà l'amministrazione, costi quel che costi. Alla fine ognuno, dando il proprio contributo, avrà fatto quello che doveva fare, potrà ritornare a viso scoperto dai propri elettori, o potrà ritornare, con la coscienza a posto, al proprio lavoro. Si potrà dire se le proprie proposte sono state accolte oppure no. Si potrà dire dove e perché ha sbagliato questa amministrazione. Io direi che questa è un opposizione utile ed è quella che proverò a portare avanti.
Claudio De Pasquale
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